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	<title>Giovanni Carapella &#187; regole</title>
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		<title>Marco Pacciotti: &#8220;Ripartiamo dalle energie sane del PD&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 14:04:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervista a Marco Pacciotti candidato segretario PD Lazio
Radicamento  sul territorio, beni comuni e diritti: sono queste le parole d&#8217;ordine  di Marco Pacciotti che è uno dei quattro candidati alla segreteria del  PD Lazio
di Francesca Ragno 11/01/2012



Marco Pacciotti

 





Marco Pacciotti, 43 anni, inizia a fare politica occupandosi di temi legati all&#8217;integrazione e alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista a Marco Pacciotti candidato segretario PD Lazio</strong></p>
<h2><em><strong>Radicamento  sul territorio, beni comuni e diritti: sono queste le parole d&#8217;ordine  di Marco Pacciotti che è uno dei quattro candidati alla segreteria del  PD Lazio</strong></em></h2>
<div>di Francesca Ragno 11/01/2012</div>
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<p>Marco Pacciotti</p>
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<li><strong> </strong></li>
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<p><strong>Marco Pacciotti, 43 anni, inizia a fare politica occupandosi di temi legati all&#8217;integrazione e alla cooperazione</strong> internazionale. Attivo fin da giovane nella Sinistra Giovanile a  livello nazionale ha collaborato con l&#8217;ex ministro Livia Turco nel  settore della sanità. Si presenta candidato segretario per il Partito  Democratico del Lazio con una parola d&#8217;ordine <a href="http://www.pacciottisegretario.it/">&#8220;Diritti a sinistra&#8221;</a>. A Romatoday ha presentato la sua candidatura e le sue idee future per il Partito Democratico della nostra regione.</p>
<p><em>Dopo quasi due anni di commissariamento il PD Lazio avrà nuovamente un segretario. Come nasce la sua candidatura?</em></p>
<p><strong>Andiamo con ordine. Il commissariamento, malgrado l&#8217;impegno di Vannino Chiti, un dirigente a cui tutti</strong> riconoscono capacità e autonomia, non è riuscito a portare fuori il Pd  del Lazio dalle secche in cui si era arenato all&#8217;indomani della  sconfitta alle elezioni regionali del 2010. I mali di quel partito sono  ancora lì. Le correnti, la mancanza di un progetto politico, la distanza  e la separazione fra eletti nelle amministrazioni e militanti.</p>
<p>La  mia candidatura nasce da un gruppo di iscritti e dirigenti di base che  vuole cambiare questo stato di cose. Per questo dico: ripartiamo dai  circoli del Pd. Ripartiamo dalle tante energie sane che in questo  partito soffrono, non vengono valorizzate. Questa è la nostra ricchezza.  Ma per fare questo bisogna rompere la logica delle correnti separate,  dare poteri veri agli organismi dirigenti, tornare ad essere una  comunità che discute, decide e lavora insieme.</p>
<p><em>Qual è il suo progetto di Partito Democratico nel Lazio?</em></p>
<p><strong>Primo punto, lo ribadisco: i circoli. Sono diventati il luogo dove si vota una volta l&#8217;anno per il congresso di turno</strong>.  E&#8217; sano un partito in cui ci si iscrive quasi soltanto per votare? Io  credo di no. Dobbiamo dare ai circoli il potere di decidere davvero,  insieme agli eletti nelle istituzioni, non contro di loro. Penso alle  primarie delle idee, grandi consultazioni sui temi più importanti che  dobbiamo affrontare.</p>
<p>Credo che poi ci debba essere  un&#8217;organizzazione differente, più vicina ai territori, creando  coordinamenti intermedi fra le federazioni e i circoli. Per fare <a title="politica" href="http://www.romatoday.it/politica/" target="_self">politica</a>,  per governare il territorio, serve una dimensione più vasta del singolo  comune. Un partito che discute e decide alla luce del sole, insomma.  Per fare questo non basta un segretario, serve un gruppo dirigente  autorevole, rinnovato e libero. E occorre, infine, un partito che apra  le porte, che si metta in rete con i movimenti, le associazioni. Sono  tutte risorse per la sinistra, anche se per troppo tempo le abbiamo  dimenticate.</p>
<p><em>Se dovesse mettere in evidenza tre punti fondanti del suo programma da segretario cosa indicherebbe?</em></p>
<p><strong>Primo punto: il <a title="lavoro" href="http://www.romatoday.it/guida/lavoro/" target="_self">lavoro</a>. La Regione ha gli strumenti e le risorse necessarie per mettere in campo politiche</strong> di<br />
sviluppo. Che valorizzino le vocazioni dei differenti territori, che  bilancino gli squilibri nella nostra Regione.Bisogna mettere fine alla  contrapposizione fra Roma e il resto della Regione. E&#8217; possibile pensare  a un modello di sviluppo che integri i territori e non li frammenti.</p>
<p>Secondo punto: i beni comuni. Penso ai movimenti dei cittadini, il  referendum sull&#8217;acqua, la questione dei rifiuti, ma anche lo sviluppo  urbanistico del territorio. Ecco sono tutti temi che vanno affrontati  con un&#8217;ottica nuova: il Lazio è il nostro bene comune, lo dobbiamo  difendere insieme, dalla speculazione che torna ad affacciarsi, aiutata  anche dalla politica della Giunta <a title="Polverini" href="http://www.romatoday.it/persone/renata-polverini/" target="_self">Polverini</a>.  Allo stesso modo la questione dei rifiuti, va affrontata in questa  ottica. E&#8217; tanto utopico dire che la raccolta differenziata, porta a  porta, deve essere resa obbligatoria? Io credo di no, la politica deve  dare risposte concrete, deve saper cogliere le novità che si muovono  nella nostra società.</p>
<p>Terzo punto, ma non certo in ordine di importanza, la questione dei  diritti. In Italia, su molti versanti, siamo ancora fermi al &#8216;900. Cito  solo il tema che conosco meglio, perché dirigo il forum del Pd  sull&#8217;immigrazione. Ha senso che il figlio di un immigrato, nato in  Italia, non sia un cittadino come gli altri? Come pensa di tornare a  crescere questo paese se non con l&#8217;integrazione e la convivenza fra  culture diverse. Lo stesso ragionamento si applica al lavoro. Si parla  tanto di abolire l&#8217;articolo 18, il divieto di licenziare senza giusta  causa. Io credo che il tema sia un altro: come garantire lavoro e  diritti alle nuove generazioni. La disoccupazione giovanile è arrivata  al 30 per cento, vogliamo intervenire o continuiamo con un dibattito  astratto e inutile?</p>
<p><em>Il PD si trova all&#8217;opposizione sia nella  Capitale che in Regione, quali i punti di forza se dovesse diventare  segretario che caratterizzeranno l&#8217;azione di opposizione a livello  regionale e anche in vista di importanti appuntamenti elettorali nel  2013, tra un anno?</em></p>
<p><strong>La faccio breve: serve un&#8217;opposizione che sia al tempo stesso intransigente e davvero alternativa</strong>. Servono buoni candidati e, ad esempio, Nicola <a title="Zingaretti" href="http://www.romatoday.it/persone/nicola-zingaretti/" target="_self">Zingaretti</a> per Roma è un ottimo candidato. Non solo per il suo prestigio  personale, ma soprattutto perché, con le poche risorse a disposizione  della Provincia, ha fatto ottimi interventi, dal wi-fi a Porta futuro,  il centro per l&#8217;orientamento e la formazione. Ma anche un ottimo  candidato non basta. Serve anche una classe dirigente solidale,  innovativa.</p>
<p>Dobbiamo, però, sapere che non basta esprimere il  candidato più bravo sulla piazza per vincere. Serve un partito che  sappia entrare in sintonia con la società e che al tempo stesso proponga  un progetto condiviso, una sua visione sul futuro di Roma e del Lazio.  E&#8217; un lavoro complesso e lungo. Questo congresso può essere l&#8217;inizio. Ma  bisogna rompere gli schemi che ci hanno portato nella situazione  attuale. Io credo che il Pd abbia le energie per farlo. Per questo mi  sono candidato: per ridare speranza ai tanti militanti che ancora  credono nel progetto del Partito democratico&#8221;.</p>
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		<title>Samb Modou e Diop Mor, due martiri</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 11:20:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[dichiarazione di Marco Pacciotti
L’Italia civile e democratica piange Samb Modou e Diop Mor. Due  uomini, due martiri, due vittime del razzismo e del pregiudizio. Dolore,  costernazione, incredulità: sono tanti i sentimenti che si accavallano  per il barbaro assassinio. C’è in noi la consapevolezza che, per  contrastare la spirale di violenza alimentata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>dichiarazione di Marco Pacciotti</strong></em></p>
<p><a href="http://www.carapella.it/wp-content/uploads/2011/12/paccio.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2124" title="paccio" src="http://www.carapella.it/wp-content/uploads/2011/12/paccio.jpg" alt="" width="197" height="170" /></a>L’Italia civile e democratica piange Samb Modou e Diop Mor. Due  uomini, due martiri, due vittime del razzismo e del pregiudizio. Dolore,  costernazione, incredulità: sono tanti i sentimenti che si accavallano  per il barbaro assassinio. C’è in noi la consapevolezza che, per  contrastare la spirale di violenza alimentata dalle troppe parole in  libertà di chi per anni ha sparso il seme dell’intolleranza e del  disprezzo per l’altro, serve l’impegno di tutti in una battaglia  culturale che contrasti ogni forma di intolleranza. Ci stringiamo con  forza attorno alla comunità senegalese che oggi piange le due vittime. E  allo stesso tempo abbracciamo tutti gli immigrati che sono venuti in  Italia in cerca di condizioni di vita migliori, in fuga da guerre, fame e  poverta’ e che, con il loro contributo quotidiano, aiutano questo Paese  a crescere e diventare migliore. Consci che l’accoglienza non basta e  solo una vera e piena integrazione chiudera’ definitivamente le porte  alla follia razzista.</p>
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		<title>Lavoro: Cgil, 800 mila irregolari in campi e cantieri</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 10:50:49 +0000</pubDate>
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(ANSA) &#8211; ROMA, 16 NOV &#8211; Sono 800 mila gli irregolari nei campi e nei   cantieri del Paese di cui 550 mila sotto caporale: e&#8217; la stima di   Flai-Cgil e Fillea-Cgil. In particolare sono 400 mila i lavoratori che   nell&#8217;agricoltura vivono sotto caporale e 400 mila che nell&#8217;edilizia sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6><a href="http://www.carapella.it/wp-content/uploads/2011/11/muratore.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2108" title="muratore" src="http://www.carapella.it/wp-content/uploads/2011/11/muratore-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a></h6>
<h6>
(ANSA) &#8211; ROMA, 16 NOV &#8211; Sono 800 mila gli irregolari nei campi e nei   cantieri del Paese di cui 550 mila sotto caporale: e&#8217; la stima di   Flai-Cgil e Fillea-Cgil. In particolare sono 400 mila i lavoratori che   nell&#8217;agricoltura vivono sotto caporale e 400 mila che nell&#8217;edilizia sono   in nero, e sotto ricatto, di cui almeno 150 mila gestiti dai caporali.   Una emergenza di fronte alla quale i sindacati chiedono al nuovo   governo di intervenire: &#8221;Bisogna fermare questa deriva&#8221;, sostengono   Flai e Fillea, ricordando che la stima sull&#8217;apporto del lavoro sommerso   al Pil italiano sia pari ad oltre 17%, contro una media dei paesi   avanzati dell&#8217;Europa del 4%. Sulle misure da mettere in campo i   sindacati indicano la necessita&#8217; di costruire una rete di protezione per   i lavoratori che sono alla merce&#8217; dei caporali; di rafforzare tutti  gli  strumenti di controllo e contrasto ad ogni forma di irregolarita&#8217;  del  lavoro e di incentivare la sicurezza. Per le imprese che utilizzano   manodopera illegale deve essere prevista e punita la loro   responsabilita&#8217;.(ANSA).</h6>
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		<title>Il crepuscolo del berlusconismo, la svolta democratica e i compiti della sinistra.</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 11:05:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’opinione del giorno dopo. 
di Giovanni Carapella
Domenica, 13 novembre ‘11 
Le dimissioni di Berlusconi hanno suscitato una legittima soddisfazione in chi per un ventennio ne ha contrastato filosofie, visioni, metodi. Erano divenute inevitabili e improrogabili.
Inevitabili perché oramai la difesa strenua e accanita dei propri interessi di parte era entrata in evidente rotta di collisosione con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://www.carapella.it/wp-content/uploads/2011/11/hasta-la-victoria-siempre.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2097" title="hasta la victoria siempre" src="http://www.carapella.it/wp-content/uploads/2011/11/hasta-la-victoria-siempre-300x225.jpg" alt="" width="228" height="179" /></a>L’opinione del giorno dopo. </em></strong></p>
<p><strong><em>di Giovanni Carapella</em></strong></p>
<p><em>Domenica, 13 novembre ‘11 </em></p>
<p>Le dimissioni di Berlusconi hanno suscitato una legittima soddisfazione in chi per un ventennio ne ha contrastato filosofie, visioni, metodi. Erano divenute inevitabili e improrogabili.</p>
<p>Inevitabili perché oramai la difesa strenua e accanita dei propri interessi di parte era entrata in evidente rotta di collisosione con la tutela benché minima degli interessi generali del Paese, con la necessità di autorevolezza e credibilità delle istituzioni e con gli interessi di gran parte del mondo produttivo dalle imprese, agli artigiani e ai ceti medi, alla grande massa dei lavoratori.</p>
<p>Improrogabili perché il tempo era abbondantemente scaduto.</p>
<p>Chi ha avuto l’opportunità e la ventura di girare nel corso degli ultimi anni per altre parti del mondo che non siano l’Europa, ha potuto constatare come  tanti paesi, come  Cile Argentina Uruguay Brasile Paraguay, dove solo trentanni fa dominavano regimi autoritari e repressivi abbiano voltato pagina e stiano guardando al futuro. La sensazione che ne deriva, pur con tutte le contraddizioni del caso, è che nel mondo contemporaneo le pagine buie della storia non sopravvivano temporalmente ad un ventennio.</p>
<p>In Italia, il ventennio berlusconiano è stato consumato e deve essere superato guardando al futuro. I giovanissimi nati nel ‘93 compiono quest’anno 18 anni e voteranno per la prima volta alle prossime elezioni politiche. Hanno conosciuto e vissuto solo l’epoca del berlusconismo e in tanti hanno maturato nelle scuole, nella vita sociale, sulla rete, nella battaglia referendaria per l’acqua bene comune  il suo fallimento e la sua vacuità. E soprattutto l’incapacità di quel modello e di quella visione della società, troppo spesso esaltata acriticamente anche da certa intellettualità di sinistra,  a dare risposte alle loro domande, alle loro ansie di futuro, al loro guardare avanti.</p>
<p>La svolta di cui ha bisogno l’Italia, che riconquista oggi la propria dignità e il proprio orgoglio democratico, deve partire da questa esigenza di guardare avanti. Una svolta democratica che è necessario consolidare contro i sempre possibili colpi di coda di chi, soprattutto nell’ultimo decennio, ha gestito il potere con protervia e con arroganza. Una svolta democratica che dovrà da subito fare i conti con le macerie del berlusconismo: la crisi economica e la fragilità sociale, la sfiducia nella politica e la scarsa credibilità delle istituzioni, la corruzione dilagante e la criminalità protagonista in tanti gangli della vita economica del paese, la limitata sovranità nazionale derivante dalle pesanti condizioni poste dal consesso economico europeo e mondiale.</p>
<p>Una sinistra moderna che abbia presente le condizioni oggettive del paese e voglia traguardare il futuro deve attraversare necessariamente questo stretto passaggio di responsabilità nazionale. E tuttavia la responsabilità democratica, la fedeltà alla costituzione e alle istituzioni democratiche, devono accompagnarsi ad una difesa attenta delle condizioni di vita del popolo, ad una risposta nuova alle aspettative di chi difese non ne ha e guarda con incertezza il futuro proprio e della sua generazione.</p>
<p>Non sono due esigenze inconciliabili! Contrapporre le tutele dei padri alle mancanza di tutele dei figli è falso e anche perdente. La risposta di cui il paese ha bisogno per uscire dalle macerie del berlusconismo è una risposta innovativa che garantisca al paese equità,  rilanci l’impresa e lo sviluppo sostenibile puntando a creare lavoro non a scapito dei diritti, faccia dei sacrifici necessari non la pena che i più devono subire per restituire forza ai soliti noti ma il contributo di solidarietà per dare diritti certezze tutele a chi oggi ne ha di meno, come i giovani le donne gli immigrati.</p>
<p>Innovare per fare più forte e più  unita la nostra democrazia e accantonare definitivamente tutti coloro che sotto l’ombrello del <em>“ meno male che  Silvio c’è”</em> hanno operato per aumentare le fratture e le distanze sociali.</p>
<p><em><strong>C’e’ tanto lavoro per la sinistra in Italia!</strong></em></p>
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		<title>Zingaretti: Dieci mosse per cambiare l’Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 18:42:21 +0000</pubDate>
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27.10.2011 Dieci mosse per cambiare l’Italia

L’intervento di Nicola &#124; Il Foglio &#124; 27 ottobre
Si  è aperto in questi giorni un confronto che si annuncia sui programmi,  nel quale anche nuovi protagonisti vogliono misurarsi e contare.  Un confronto utile se saprà essere popolare e partecipato e se il suo  obiettivo sarà dotarci [...]]]></description>
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<div id="post-7009">27.10.2011 <a href="http://www.nicolazingaretti.it/highlights/dieci-mosse-per-cambiare-litalia/">Dieci mosse per cambiare l’Italia</a></p>
<div><strong><a href="http://www.nicolazingaretti.it/wp-content/uploads/2011/10/nicola-zingaretti_.jpg"><img title="nicola zingaretti_" src="http://www.nicolazingaretti.it/wp-content/uploads/2011/10/nicola-zingaretti_.jpg" alt="" width="554" height="369" /></a></strong></div>
<div><strong>L’intervento di Nicola | Il Foglio | 27 ottobre</strong></div>
<div><strong>Si  è aperto in questi giorni un confronto che si annuncia sui programmi,  nel quale anche nuovi protagonisti vogliono misurarsi e contare</strong>.  Un confronto utile se saprà essere popolare e partecipato e se il suo  obiettivo sarà dotarci di un progetto, discutere apertamente e poi  giungere a una sintesi ed elaborare una visione.</div>
<div><strong>Quello che non ci serve è impantanarci a dissertare sui cavilli</strong> di un programma che capiscono soltanto gli addetti ai lavori. Meglio la  chiarezza delle grandi scelte all’ambiguità dei distinguo. Né ci serve,  a mio avviso, la rassicurazione del compitino ben fatto. Belle idee ce  ne sono tante: fanno il giro dei convegni o servono a conquistare una  pagina di giornale. Ma poi cosa resta? A leggere certi documenti, sembra  tutto perfetto. “Si deve fare così”… ma poi? Grandi elaborazioni,  piccola volontà politica, blocco sociale zero.</div>
<div><strong>Serve, innanzitutto, la forza di pensiero autonomo.</strong> Molto studio per combattere la pigrizia delle risposte precotte, e un  nuovo linguaggio, per non essere timorosi e ripiegati sulle parole  d’ordine del passato. Dobbiamo farlo per sfuggire a due rischi che in  questi anni hanno troppo caratterizzato il nostro discorso e la nostra  azione politica: il rischio della conservazione (restare aggrappati alle  certezze di ieri) e il rischio della subalternità (pensare che l’unico  modo di essere innovatori è dire le stesse cose che dice la destra).</div>
<div><strong>Si può e si deve essere innovatori senza essere subalterni</strong> (e il discorso vale tanto per il centrodestra quanto per il  centrosinistra, sia chiaro). Per cambiare, dobbiamo liberare la testa  dalle incrostazioni, dai tic del pensiero assuefatto alla consuetudine, e  scatenare l’immaginazione.</div>
<div><strong>I giapponesi hanno promosso di recente un nuovo piano sanitario.</strong> Sapete qual è la principale mossa per ottenere risparmi nei prossimi  decenni? Non contare le medicine, o chiudere gli ospedali, ma spingere  la popolazione a fare almeno mezz’ora di ginnastica al giorno.</div>
<div><strong>Quelli che qui presento sono alcuni appunti di quelle che mi piacerebbe definire “Dieci mosse per cambiare l’Italia</strong>“: scelte strategiche da sviluppare in una battaglia politica e di idee, e che potremmo sintetizzare così in poche righe.</div>
<div><strong>Primo: lanciare una campagna per l’elezione diretta del presidente dell’Unione europea,</strong> per rispondere alla richiesta di un nuovo spazio politico e costituire  un punto di riferimento unico per portare le nostre esigenze con più  forza in tutte le sedi internazionali.</div>
<div><strong>Secondo: combattere le disuguaglianze,</strong> promuovendo un nuovo equilibrio nel mercato del lavoro e nel sistema  previdenziale, un nuovo patto fiscale, un nuovo welfare dei servizi.</div>
<div><strong>Terzo: costruire una scuola e un’università più aperte,</strong> efficienti e competitive nel mondo.</div>
<div><strong>Quarto: cancellare ogni forma di discriminazione</strong> e dare cittadinanza a tutti i nuovi italiani.</div>
<div><strong>Quinto: scommettere sulla creatività,</strong> incentivando l’innovazione del sistema produttivo e gli investimenti in ricerca e sviluppo.</div>
<div><strong>Sesto: promuovere la trasparenza della macchina pubblica,</strong> la cultura della valutazione, la razionalizzazione delle competenze,  disboscamento degli enti di secondo livello, riforma della presidenza  del Consiglio.</div>
<div><strong>Settimo: definire un nuovo piano nazionale per la sostenibilità urbanistica</strong> e il paesaggio attraverso l’approvazione della “legge sui principi generali del governo del territorio”.</div>
<div><strong>Ottavo: aumentare la competitività territoriale,</strong> con un piano nazionale di infrastrutture per le aree urbane, fondato  sulle piccole e medie opere e sul contributo degli enti locali.</div>
<div><strong>Nono: fare leva sullo sviluppo sostenibile,</strong> con un piano nazionale di investimenti in project financing nei settori della green economy.</div>
<div><strong>Decimo: diffondere l’accesso universale alle nuove tecnologie</strong> come strumento per generare crescita, combattere il digital divide e  diffondere Internet attraverso la banda larga e il Wifi libero.</div>
<div><strong>Sono “Dieci mosse” su cui aprire un dibattito presto, subito, nelle prossime settimane.</strong> Partendo dall’idea che in gioco non ci sono solo singole proposte, ma  temi fondamentali: ridisegnare lo spazio della politica, ripensare il  funzionamento dell’Italia, indicare a un nuovo popolo un modello di  società, costruire le condizioni per tornare a crescere.</div>
<div><strong>Il punto di partenza riguarda lo spazio della politica</strong>.  E’ evidente: il disagio, soprattutto giovanile, che accomuna in questi  mesi l’Europa ci ha proiettato dentro una nuova dimensione. Quelle  piazze pongono alla politica un grande interrogativo: chi è che decide?  Come si decide? E dove? Emerge il tema della conquista di un nuovo  spazio decisionale visibile, efficace, democraticamente controllato.</div>
<div><strong>Errori, divisioni, assenza di respiro, hanno inferto colpi pesanti alla credibilità della politica europea</strong>,  fino a riaccendere antiche chiusure, e a ridestare, in molti,  l’illusione che come tanti piccoli e ingenui Hobbit sia ancora possibile  chiudersi nei confini della propria verde Contea, allontanare le  inquietudini e le paure che solcano la Terra di Mezzo, rinviare il tempo  delle grandi scelte, l’avvento di una nuova era.</div>
<div><strong>Dubito  però che ai tavoli dei potenti della Terra, in quei gabinetti di crisi,  a difendermi possa essere il presidente della Padania, o della  Catalogna,</strong> delle Fiandre o anche della ricca Baviera. La verità  è che addirittura gli stati-nazione, baricentro della geopolitica  moderna, non sono più in grado di rispondere da soli alla nuova domanda  di democrazia.</div>
<div><strong>La  frammentazione degli interessi di parte, e la miopia di governanti  ossessionati dal consenso interno, rischia, anzi, di alimentare spinte  regressive e di accelerare la disgregazione</strong>. Noi, di fronte a  queste tensioni, siamo rimasti ancora troppo fermi alla contemplazione  di un problema: la forza dell’Europa finanziaria, la debolezza  dell’Europa politica; la paralisi dei governi e lo strapotere  tecnocratico. Abbiamo abdicato alla missione per la quale avevamo  intrapreso il cammino dell’unità (e il cui simbolo vincente è stato  senz’altro Romano Prodi).</div>
<div><strong>L’Europa economica non basta più</strong>,  ma l’Europa politica non ci sarà mai se non sarà Europa democratica:  nell’era della comunicazione globale le persone vogliono giustamente  sapere chi decide e controllare direttamente l’iter delle scelte. Gli  stati, e i loro governi, non bastano più, ma il potere sopra di essi non  può prescindere dai principi base della democrazia rappresentativa.</div>
<div><strong>E’, dunque, tempo di raccogliere un testimone di speranza dalla generazione che ci ha preceduto</strong>,  giganti della costruzione europea che con visionario pragmatismo hanno  posto le basi della nostra unità a partire dall’unificazione economica,  dalle prime forme di cooperazione al traguardo cruciale dell’euro.</div>
<div><strong>Per rispondere alla sfida che ci viene posta, dobbiamo avere coraggio fino a porci l’obiettivo più radicale</strong>:  l’elezione diretta, vera democrazia, del presidente degli Stati Uniti  d’Europa e di un governo europeo che, sulle grandi questioni globali,  possa imporsi con autorevolezza sull’impotenza delle trattative  estenuanti e i veti dei governi nazionali. Dentro questa battaglia,  naturalmente, è importante che le nostre istituzioni non abbandonino uno  strumento prezioso come l’euro in balia delle speculazioni. Bisogna  dotare l’euro degli stessi strumenti di cui gode oggi il dollaro,  bisogna evitare che l’assenza di strumenti difensivi flessibili nel  sistema monetario esponga la nostra moneta alla speculazione e bisogna  anche riconoscere (come ha scritto giustamente Paul Krugman in questi  giorni e come avete ricordato voi stessi in questi giorni sul Foglio)  che “senza un prestatore di ultima istanza come la Bce, che fermi  l’aggressività dei mercati, coloro che prestano o giudicano il livello  dell’indebitamento vorranno sempre più soldi in cambio da chi emette  titoli”.</div>
<div><strong>Mi chiedo: tutto questo è parlare da idealista? Chiedere la luna?</strong> Pensate se qualcuno avesse posto la stessa domanda ad Altiero Spinelli  quando, chiuso nel carcere di Ventotene, stretto nella morsa della  barbarie fascista, tracciava, nel suo Manifesto, le linee di un futuro  possibile. Dentro questo orizzonte ideale, ma necessario, va collocata  anche la sfida di avere un’Italia competitiva e più forte. Un’Italia che  funzioni. E uno stato che funzioni e faccia funzionare l’Italia.</div>
<div><strong>Nel  dibattito di questi giorni non se ne parla, ma io credo che la sfida  della crescita parta da qui e che solo così sarà possibile riconquistare  la fiducia dei cittadini</strong>. Spesso diciamo: la memoria  condivisa, la patria, l’orgoglio della Nazione. Bellissime parole,  valori nei quali tutti ci riconosciamo. Ma poi, tutto questo non basta  se quello che i cittadini vedono ogni giorno è, invece, uno stato che va  a pezzi, uno stato predato e predone. Perché quell’immagine degradata  del bene pubblico si impone sui bisogni, e diventa più forte di ogni  altra. Ha fallito un modello.</div>
<div><strong>Quello  proposto della destra era incentrato sull’idea “Protezione Civile Spa”:  figlio di una precisa teoria, ha prodotto scandali e sciacallaggio</strong>.  Anziché mettere mano a una seria riforma della macchina dello stato si è  lasciato che gli ingranaggi continuassero ad arrugginire, considerati  come gli scarti di una bad company, e si è costruito un motore  parallelo, legato a filo diretto con la politica, con l’intento  dichiarato di una maggiore rapidità e incisività delle decisioni, ma con  l’effetto – che spetta ai giudici ricostruire per la parte che loro  compete – di legittimare una struttura irresponsabile di clientele. Il  nostro riformismo quando è stato al governo, ha tentato, almeno in una  fase, un cambiamento. Ad esempio, ha tagliato i certificati. Bravi,  certo. Ma sostanzialmente ha lasciato intatta la macchina dello Stato.</div>
<div>Secondo  stime di qualche mese fa, gli sprechi passivi, quelli che derivano  semplicemente dal cattivo funzionamento della pubblica amministrazione,  raggiungono ormai il 10 per cento della spesa. Occorrono dieci anni – in  media- per ottenere giustizia in sede civile. Ci vogliono undici anni –  in media – per portare a termine un’opera pubblica e trascorrono in  media 900 giorni tra il momento in cui si stanziano i fondi per  realizzare un’opera e l’effettivo inizio dei lavori. Vuol dire che se  oggi decido di fare un ponte, una strada, una scuola, rischio di  iniziare a costruirla, se mi va bene, nel 2013 e la potrà inaugurare  qualcun altro suppergiù nel 2020. Noi dobbiamo dimezzare quei numeri,  portare da 900 a 200 giorni il tempo per iniziare un’opera pubblica.  Perché è in questo lasso di tempo che si infila la corruzione. Secondo  la Corte dei Conti, una tassa da 60 miliardi l’anno che grava sugli  italiani. Nella classifica sulla percezione della corruzione di  Transparency International, l’Italia è al 67mo posto, dopo il Ghana, le  Isola Samoa e il Rwanda.</div>
<div><strong>Voglio essere chiaro</strong>.  Sul dovere di uno Stato che funziona, credo che le forze del  centrosinistra siano apparse in questi anni troppo silenti e imbarazzate  essenzialmente per due motivi. In primo luogo, perché prigioniere di un  rapporto con il pubblico impiego troppo viziato da conservatorismi e  mediato da portatori di interesse. Ma soprattutto, perché, anche noi,  collusi, in parte, con un sistema di potere vischioso. Non parlo di  reati, ma di partecipazione a una gestione del potere che, nell’opacità  dei processi decisionali, ritiene di poter controllare e indirizzare  meglio le decisioni, illudendosi magari che sia per il bene comune. Ma  sbagliando. Lo sviluppo del sistema in cui siamo immersi si è fondato  sul meccanismo del “parere di competenza”. In virtù della “competenza”  ormai tutti fanno tutto. Cosi su ogni materia hanno “competenza” tre,  cinque o quindici enti diversi. Può sembrare comodo, ad alcuni, perché  la torta si divide e tutti partecipano alla festa. Ma il bilancio  diventa fallimentare quando il gioco dei veti incrociati dilata il  tempo, annacqua le scelte, fa esplodere le spese. Per questo dobbiamo  dire: basta sovrapposizioni e conflitti.</div>
<div><strong>Troppi decidono e troppi controllano</strong>.  Meglio dare la priorità a materie esclusive e controlli singoli. Chi fa  cosa e chi non fa cosa. Per riorganizzare il sistema delle competenze,  c’è bisogno di una rivoluzione della semplicità: lo stato fa leggi su  materie statali, le regioni fanno leggi su materie regionali. Entrambi  trasferiscono agli enti locali (province, comuni) le competenze  amministrative e di gestione, insieme alle risorse necessarie.</div>
<div>Dentro  questa rivoluzione, sarebbe importante sciogliere da subito, con legge  ordinaria, gli infiniti enti di secondo livello che nessuno conosce ma  costano, solo per il lo- ro funzionamento, sette miliardi e sono, tutti,  enti di spesa. Strutture, ben inteso, che sono andate bene in una fase  di sviluppo dello stato, ma che ora, con l’elezione diretta dei sindaci e  dei presidenti di provincia, non hanno più senso, perché le funzioni  che svolgono andrebbero messe sotto la responsabilità delle figure  elette direttamente dai cittadini. Siamo, poi, sicuri che alle  municipalizzate servono dei cda, organismi pletorici e lottizzati? Non  sarebbe meglio lasciare a chi governa il compito di indicare manager  unici, chiamati a rispondere alla figura che li ha nominati e alla  valutazione dei cittadini?</div>
<div><strong>Nel pubblico impiego, occorre promuovere la cultura del merito e della valutazione</strong>,  incentrata sulla partecipazione attiva del cittadino-utente. Perché lo  stato funzioni, bisogna dare più potere e spazio ai bravi funzionari e  ai bravi dirigenti, spazzando via la complessità delle leggi e l’eccesso  di vincoli, l’attenzione agli errori di forma più che a quelli di  sostanza che oggi caratterizzano la paralisi, l’impotenza e il  malfunzionamento della pubblica amministrazione. Servono regole per  decidere e non regole per impedire la decisione.</div>
<div><strong>Infine, bisogna cambiare la testa</strong>.  In questi anni la presidenza del Consiglio è stata caricata di  competenze gestionali che non le appartengono. Questa scelta discende da  una precisa opzione culturale (“la politica del fare”) e ha prodotto  disastri come il G8 della Maddalena o la cricca dell’Aquila. L’analisi  comparata delle democrazie occidentali è di grande utilità, da questo  punto di vista: dimostra che i governi più efficienti sono quelli che si  dotano di una struttura agile, volta all’adozione di decisioni  d’indirizzo, priva di compiti di gestione, lasciati a ministeri e  agenzie.</div>
<div>Con queste righe, sono  voluto entrare nel dettaglio di quelli che, a mio avviso, sono solo i  primi aspetti su cui iniziare la ricostruzione di un pensiero e di una  proposta. Ma è chiaro che va citato almeno un terzo punto. A chi dovrà  accompagnarci in questo percorso, bisogna indicare un traguardo: un  modello di società. Anche su questo dobbiamo essere chiari e coerenti.</div>
<div><strong>Da troppo tempo l’Italia non si muove</strong>.  Negli ultimi dieci anni siamo cresciuti 4 volte meno della Germania, 6  volte meno del Regno Unito, 70 volte meno della Cina. L’Italia è l’unico  paese europeo che nel decennio 2000-2010 ha registrato un calo  complessivo del pil pro capite (meno 3,5 per cento, mica poco), perché,  negli anni prima della crisi, l’economia è rimasta ferma. I salari dei  lavoratori italiani sono tra i più bassi fra i paesi Ocse, superiori  solo ad alcuni paesi dell’Europa orientale, al Portogallo e al Messico.</div>
<div>Non  solo la disoccupazione cresce, ma, soprattutto, sono sempre di più gli  italiani che rinunciano a cercare lavoro. L’Italia ha il tasso di  occupazione più basso fra i principali paesi dell’area euro. Peggio di  noi solo Malta e Ungheria. Il tasso di occupazione delle donne è  drammatico, fermo dodici punti al di sotto della media europea. Non c’è  crescita se non si affronta questi nodi. Il problema non è soltanto la  giustizia sociale, “non lasciare indietro gli ultimi”. Non si cresce in  una società di uomini e donne che temono il futuro.</div>
<div><strong>Porsi il problema di un paese più giusto e porsi il problema di un paese più competitivo, per questo, non è in contraddizione</strong>.  E’ parte di una stessa missione. Il modello in cui oggi viviamo è  drammatico per le nuove generazioni, alle quali nega i fondamenti stessi  di un’esistenza: la soddisfazione di un lavoro, la possibilità di  costruirsi una famiglia. Fra il 2009 e oggi l’età media in cui una  ragazza italiana partorisce il suo primo figlio è salita da 26,9 a 30  anni Un giovane che si affaccia per la prima volta sul mercato del  lavoro ha i1 55 per cento di possibilità di vedersi offrire soltanto un  posto precario.</div>
<div><strong>Il prezzo? Rischia di essere molto salato</strong>.  Alcuni studi dicono che, in media, chi perde il lavoro e non ha  protezioni, si trova ad avere salari più bassi per 20 anni, a subire una  forte instabilità dei redditi per 10 anni, e ha una probabilità più  alta di divorziare e minore di fare figli. Un’intera generazione negata.  Gli studenti italiani giungono impreparati, e quindi indifesi, di  fronte alle sfide del mondo. Il 50 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 18  anni sono fuori dal “letteralismo”: non comprendono, cioè, un testo  scritto di media complessità. Nel Qs World university ranking 2011 (la  più importante classifica mondiale sul livello delle università) nessun  ateneo italiano si piazza tra i primi 100 del mondo. Per trovarne uno,  bisogna arrivare all’Alma Mater di Bologna al 183mo posto. Una vergogna  per chi ha visto nascere le prime grandi università dell’evo moderno.</div>
<div><strong>Qui sta il nostro compito</strong>.  Tante volte abbiamo detto giovani, talento, opportunità, meritocrazia  ma poi sulla qualità del nostro sistema universitario, sulla formazione e  orientamento al lavoro, sulle scelte in campo previdenziale e  assistenziale, siamo stati davvero innovativi? Indignarsi ed enunciare  principi è facile, ma ogni enunciazione richiede scelte conseguenti:  nell’allocazione dei soldi pubblici, nello spostamento delle tutele, dai  super – protetti ai non – protetti, e nella redistribuzione delle  risorse fiscali, dalla ricchezza ai redditi e agli investimenti  produttivi. Viviamo in quella che potremmo chiamare “la società del  rischio diseguale”: molti pagano molto, altri meno, alcuni privilegiati  non pagano niente.</div>
<div>E’ vero: il  nostro sistema imprenditoriale è florido, funziona bene, cresce,  l’export va che è una meraviglia (in Europa, come ha ricordato anche  mercoledì scorso Rodolfo De Benedetti sul Corriere, siamo secondi solo  alla Germania, e questa è una ricchezza che tutti ci invidiano). Ma se  vogliamo riprendere a crescere, dobbiamo trasformare la società  disuguale nella società delle nuove speranze, dobbiamo indicare un  orizzonte a chi la destra ha colpito in questi anni, sbloccare energie.</div>
<div><strong>Sono due grandi categorie di esclusi</strong>:  l’Italia alla quale sono state negate le opportunità e chiede merito,  umiliata da un sistema di potere che ha difeso soltanto rendite, circoli  e conventicole, e l’Italia cui è stata negata giustizia e chiede un  nuovo scudo sociale, perché non trova risposte ai bisogni, stretta nel  fallimento di un modello ideologico e di sviluppo fondato  sull’allargamento della disuguaglianza, in cui alcune persone hanno  tutto e sempre più persone si vedono negare strumenti e diritti di una  cittadinanza sostanziale.</div>
<div>Per  cominciare, dunque ristabilire un principio di giustizia nella  distribuzione e nell’accesso alle risorse. Prendiamo, in primo luogo, il  fisco. Lotta all’evasione, certo: nessuna pietà nei confronti di chi  specula sulla pelle delle persone oneste, ma sapendo anche che, oltre ai  delinquenti, l’elusione del fisco, nelle sue diverse forme, può nascere  per tanti “piccoli” non dall’istinto a delinquere, ma dalla necessità  di proteggere il proprio reddito da un prelievo eccessivo. Un nuovo  patto fiscale può, quindi, essere realizzato solo proponendo un nuovo  scambio: ridistribuire il carico fiscale dal lavoro alla rendita.</div>
<div><strong>Meno  tasse sul lavoro e sulla produzione in cambio di un imposta, fortemente  progressiva, sulla ricchezza, e un allargamento della base imponibile</strong>.  E, ovviamente, deve essere chiaro che o lo scambio sarà vantaggioso per  entrambe le parti, oppure non sarà credibile. Così per tutto il  capitolo che riguarda il mercato del lavoro.</div>
<div><strong>La flessibilità non è il diavolo, e l’ideologia del posto unico non serve a niente</strong>.  Soprattutto ai giovani. Anzi, è stata proprio la flessibilità, in  questi anni, a produrre una progressiva riduzione del tasso di  disoccupazione, che si è interrotta solo per effetto dell’ultima crisi.  Il problema è che il nostro mercato del lavoro è molto flessibile per  alcuni e molto rigido per altri. E’ ovvio: che un giovane guadagni meno e  sia meno protetto contro i rischi di impiego, rispetto ad un lavoratore  anziano, è comprensibile. Quando un imprenditore assume un giovane,  prende rischi elevati, perché non conosce le caratteristiche  dell’individuo, le sue capacità. Ma queste considerazioni non sono  sufficienti a spiegare il divario.</div>
<div><strong>Come aggredire questo problema</strong>?  In questo caso l’unica strada è avere la forza di proporre un patto  sulle regole, un nuovo scambio. Le proposte in campo sono molte, con  molte idee valide. Le priorità mi sembrano tre, difficilmente scindibili  l’una dall’altra: ridurre l’incidenza dei contratti atipici come forma  di sfruttamento di lavoro low-cost allineando le aliquote fiscali e il  prelievo contributivo dei contratti atipici ai livelli dei contratti a  tempo indeterminato (ovviamente nel quadro di una riforma della  fiscalità come quella che abbiamo descritto sopra e, dunque, ad esempio,  anche con incentivi alle imprese che assumono e formano giovani).</div>
<div>Ipotizzare  l’introduzione di un contratto di inserimento a garanzie e tutele  progressive, sul modello già sperimentato in altri paesi, per evitare le  distorsioni dei contratti a tempo e parasubordinati; ripensare in  termini radicali l’assetto delle relazioni industriali, anche per  evitare che il peso delle misure a tutela della flessibilità si scarichi  interamente sulle imprese, generando un aumento di comportamenti  elusivi e del lavoro nero.</div>
<div><strong>Non c’è dubbio, le resistenze al cambiamento sono forti, ma più forte è l’energia che può sprigionare</strong>,  oggi, da un pensiero sinceramente innovatore. Per questo abbiamo  bisogno di aprire un dibattito vero, non dentro un partito o uno  schieramento politico, ma dentro il corpo vivo della società, fuori da  noi.</div>
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		<title>Regione LAZIO,  Azzerare il Piano casa o referendum abrogativo</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 16:22:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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di Giovanni Carapella 



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<div><em><strong>di <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1508043024">Giovanni Carapella</a> </strong></em></div>
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<p><em><strong>Roma, 25 ott. &#8211; (Adnkronos) -</strong></em> &#8220;Non sappiamo se sia insipienza o  ingordigia quella che ha spinto la  presidente Polverini a trascinare la  Regione in un conflitto  istituzionale molto grave. La situazione che si  sta determinando sul  piano casa della regione Lazio, con la farsa della  dimissioni degli  assessori e la cortina fumogena della propaganda della  Polverini,  sarebbe una sceneggiata comica se non si abbattesse su una  situazione  di crisi economica, in particolare nel settore delle  costruzioni di  Roma e Lazio che necessita di risposte serie, credibili e  sostenibili&#8221;.  Lo afferma Giovanni Carapella, dirigente del Pd Lazio ed  ex Presidente  della commissione Lavori Pubblici e Casa della Regione  Lazio.</p>
<p>&#8220;Il  rilancio dell&#8217;economia nel Lazio, a partire dalla casa, dal  territorio  e dai servizi &#8211; prosegue &#8211; ha bisogno di uno scenario fatto  di  certezze normative e finanziamenti pubblici. Non si sente alcun  bisogno  di propaganda, contenziosi legali e conflitti istituzionali.  Chiediamo  alla presidente Polverini senso di responsabilita&#8217; e che sia  azzerato  il provvedimento per avviare in tempi rapidissimi una  discussione  trasparente e pubblica su una Legge che, modificando in  meglio il piano  casa del 2009, restituisca certezze agli operatori e ai  cittadini&#8221;.</p>
<p>&#8220;Altrimenti  non resta altra strada &#8211; conclude Carapella &#8211; che quella  del  referendum abrogativo, cosi&#8217; come abbiamo proposto, su una legge   sbagliata e assolutamente inutile a soddisfare l&#8217;emergenza casa&#8221;.</p>
<p><em><strong>25/10/2011</strong></em></p>
<p><img src="http://a6.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc6/255174_2067221969324_1508043024_2233260_5712523_n.jpg" alt="" /></p>
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		<title>Un premier allo sbando connivente e ricattato</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 05:41:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di EUGENIO  SCALFARI

È scandaloso che mentre il Paese attraversa la sua più grave  crisi economica il premier confidi alle ragazze che gli si concedono di  fare il capo del governo &#8220;a tempo perso&#8221;. E che passi il suo tempo di  lavoro con i suoi avvocati per evitare i processi e soffocare le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di EUGENIO  SCALFARI</em></strong></p>
<p><img title="Un premier allo sbando connivente e ricattato" src="http://www.repubblica.it/images/2011/09/18/013032124-a972d127-7202-43dc-8b80-9199696320ab.jpg" alt="Un premier allo sbando connivente e ricattato" width="300" height="426" /></p>
<h3><em>È scandaloso che mentre il Paese attraversa la sua più grave  crisi economica il premier confidi alle ragazze che gli si concedono di  fare il capo del governo &#8220;a tempo perso&#8221;. E che passi il suo tempo di  lavoro con i suoi avvocati per evitare i processi e soffocare le  intercettazioni invece di studiarsi i dossier del debito, della  disoccupazione, d&#8217;una economia che è ormai l&#8217;ultimo vagone del  traballante treno europeo</em></h3>
<p>CE LA faremo da soli? Molti ci sperano, magari per scaramanzia.  Oppure per quel &#8220;dover essere&#8221; che implica un richiamo alla coscienza  morale, ma è chiaro e l&#8217;abbiamo scritto più volte che da questa crisi si  può uscire tutti insieme o tutti insieme affonderemo perché l&#8217;economia  internazionale è a tal punto intrecciata da costruire un unico sistema  di forze e di debolezze.</p>
<p>Lo si è visto venerdì scorso, quando  cinque Banche centrali &#8211; la Fed americana, la Bce europea, la Banca  d&#8217;Inghilterra, la Banca giapponese e quella svizzera &#8211; hanno inondato di  liquidità il sistema bancario europeo con prestiti in dollari a tre  mesi per cifre illimitate. I mercati hanno respirato, le Borse sono  ritornate in positivo, gli &#8220;spread&#8221; sono diminuiti. La via di salvezza è  questa? Stampare moneta per tirare i Paesi fuori dalla recessione che  li minaccia, magari a prezzo di scatenare l&#8217;inflazione?</p>
<p>No, non è  questa la via e le Banche centrali lo sanno bene. L&#8217;inflazione a due  cifre  -  che avrebbe il pregio di svalutare i debiti sovrani  riducendoli a carta straccia  -  è l&#8217;imposta più odiosa perché è la più  regressiva che possa immaginarsi, colpisce tutti i redditi fissi,  stipendi, salari, pensioni, arricchisce i già ricchi e impoverisce i  ceti medi. Spezzerebbe definitivamente una coesione sociale già  indebolita da crepe profonde.</p>
<p>Le Banche centrali possono intervenire per fornire all&#8217;ammalato una boccata d&#8217;ossigeno</p>
<p>in attesa che la terapia contro la malattia faccia il suo effetto.  Purché la terapia sia appropriata e somministrata con tempismo nella  giusta misura.</p>
<p>Questo discorso riguarda tutti i Paesi convinti  dalla crisi, ma da noi, in Italia, esiste ed opera con sempre maggiore  intensità un altro elemento aggravante. Noi da tempo non siamo più  governati. Da tempo il nostro Paese è scivolato agli ultimi gradini  della credibilità internazionale. Il &#8220;premier&#8221; che guida il governo è  diventato una barzelletta, le cancellerie evitano di incontrarlo, le  autorità europee alle quali chiede l&#8217;elemosina di un incontro rifiutano  di comparire insieme a lui nelle conferenze stampa.</p>
<p>Ci vorranno  anni e anni prima di poter recuperare la perduta dignità, ci vorrà un  tenace lavoro di restauro delle istituzioni, occupate o insidiate da una  vera e propria banda della quale il &#8220;premier&#8221; fa parte o dalla quale è  sistematicamente ricattato.</p>
<p>In questi giorni la curiosità  dell&#8217;opinione pubblica è concentrata soprattutto sulla sfilata di  prostitute o di &#8220;ragazze di vita&#8221; fornite da procacciatori su richiesta  del presidente del Consiglio e avviate verso le sue residenze private e  semi-pubbliche. Ma l&#8217;attenzione principale dovrebbe invece essere  rivolta ai contatti sistematici del premier con alcuni lestofanti di  professione, a cominciare da quel Lavitola che al tempo stesso lo serve e  lo ricatta.</p>
<p>È certamente scandaloso che mentre il Paese  attraversa la sua più grave crisi economica il premier confidi alle  ragazze che gli si concedono di fare il capo del governo &#8220;a tempo  perso&#8221;; è altrettanto scandaloso che passi il suo tempo di lavoro con i  suoi avvocati per evitare i processi e soffocare le intercettazioni  invece di studiarsi i dossier del debito, della disoccupazione, d&#8217;una  economia che è ormai l&#8217;ultimo vagone del traballante treno europeo. Ma  lo scandalo che non ha precedenti nella storia d&#8217;Italia è la connivenza  del capo dell&#8217;esecutivo con una banda che esplicitamente mette le mani  nella casse dello Stato, deturpa e stravolge le istituzioni, i pubblici  appalti, le pubbliche imprese.</p>
<p>Connivente e al tempo stesso  ricattato. Lavitola concerta con lui le promozioni nel comando della  Guardia di finanza. Tarantini ottiene di essere presentato e  raccomandato a Bertolaso per essere inserito tra gli interlocutori della  Protezione civile. Le &#8220;ragazze di vita&#8221; vengono compensate con posti  alla Rai o nei consigli regionali o addirittura in Parlamento. Imprese  pubbliche come la Finmeccanica sono contaminate dalla corruzione che  arriva fino ai vertici dell&#8217;azienda e ne influenza le scelte.</p>
<p>Tutto  ciò avviene non solo sotto gli occhi con l&#8217;attiva complicità della più  alta autorità di governo. Ma non soltanto, perché alcuni ministri non  possono non sapere. Non può non sapere il ministro dell&#8217;Economia da cui  la Guardia di finanza dipende e da cui dipendono le imprese pubbliche  possedute dal Tesoro. Vero è che anche quel ministro non sta messo  affatto bene; indipendentemente dall&#8217;esito della votazione che si  svolgerà tra pochi giorni alla Camera sulla richiesta d&#8217;arresto del  deputato Marco Mario Milanese, il processo che lo vede coinvolto  riguarda appunto il suo ruolo di controllore delle imprese pubbliche  delegatogli in esclusiva dal ministro con tutto ciò che ne consegue, ivi  compresi i suoi maneggi con i vertici della Guardia di finanza.</p>
<p>Esistevano  due &#8220;lobbies&#8221; (così disse il ministro al nostro giornale poche  settimane fa) in quel corpo così importante per la lotta contro  l&#8217;evasione fiscale e contro la corruzione: una lobby faceva capo ad un  gruppo di alti ufficiali con rapporti diretti con palazzo Chigi, l&#8217;altra  con altri ufficiali con rapporti col ministro. Lo scandalo non consiste  nell&#8217;esistenza di tali rapporti, che sono dovuti; consiste nel fatto  che fossero contrapposti, come erano e sono contrapposti tra loro il  &#8220;premier&#8221; e il ministro dell&#8217;Economia, contrapposizione non secondaria  nella pessima gestione della crisi che ha richiesto cinque manovre  finanziarie in due mesi, le ultime delle quali avvenute (per fortuna) su  ordine della Bce come contropartita ai suoi interventi sul mercato dei  titoli di Stato.</p>
<p>Questa è dunque la situazione in cui si trova il  nostro Paese: il presidente del Consiglio collude con lestofanti che  mirano ad ingrassare i loro portafogli con pubbliche risorse; con essi  si dà del tu, con essi scambia baci e abbracci, con essi programma  appuntamenti e favori, li introduce nella pubblica amministrazione,  interviene a proteggerli quando si sentono minacciati, li finanzia con  denari contanti che non lasciano tracce, parla attraverso telefoni  forniti di schede al riparo (così sperano) di intercettazione.</p>
<p>Ma quando la connivenza non basta, lui, il premier, viene messo &#8220;con le spalle al muro&#8221; col ricatto.<br />
Un  capo di governo ricattabile è un pericolo gravissimo, non sostenibile  in nessun Paese del mondo. I magistrati di Bari sono stati finora  prudenti: alcune intercettazioni assai sconvenienti verso capi di  governo stranieri (Merkel, Sarkozy) non sono state allegate  all&#8217;ordinanza comunicata alle parti, per evitare una vera e propria  crisi diplomaticamente squalificante. Non toglie che quelle frasi sono  state dette da un premier evidentemente fuori controllo.<br />
Un personaggio in queste condizioni continuerà a governare, con la maggioranza di Scilipoti fino al 2013?</p>
<p>* * *</p>
<p>Di  tanto è crollata la credibilità di Berlusconi (tutti i sondaggi la  stimano ormai al 22 per cento contro il &#8220;no&#8221; del 78) e di altrettanto è  cresciuta quella del presidente della Repubblica. Il quale, costretto e  indotto dall&#8217;emergenza delle circostanze, ha interpretato con il  consueto rigore e scrupolo ma anche con accresciuta fermezza i poteri  che la Costituzione gli conferisce. L&#8217;abbiamo visto nella gestione della  manovra finanziaria, l&#8217;abbiamo visto anche quando, appena qualche  giorno fa, ha rifiutato di firmare il decreto che il premier reclamava  per bloccare la pubblicazione delle intercettazioni effettuate dalla  Procura di Bari.</p>
<p>Il Presidente conosce e ha sempre rispettato i  limiti che la Costituzione pone all&#8217;esercizio delle sue prerogative. In  occasione della sua partecipazione in videoconferenza al meeting dello  studio Ambrosetti di alcuni giorni fa, Napolitano ha ricordato che in  una democrazia parlamentare l&#8217;esistenza del governo non può esser messa  in discussione fino a quando esista una maggioranza che lo sostiene.  Soltanto quando quella maggioranza venisse meno il Capo dello Stato  diventa il &#8220;dominus&#8221; della partita, per insediare un nuovo governo che  possa ottenere la fiducia del Parlamento ovvero per sciogliere  anticipatamente le Camere.</p>
<p>Questo pensa il Capo dello Stato ed è  certamente nel giusto, anche se alcuni costituzionalisti sostengono che i  suoi poteri sono ancora più ampi per quanto riguarda lo scioglimento  anticipato della legislatura, forse dimenticando che il decreto di  scioglimento richiede anche la firma del presidente del Consiglio.</p>
<p>Tutto  ciò detto, il Capo dello Stato ha, per Costituzione, il potere di  inviare messaggi al Parlamento su qualunque tema e in qualunque  circostanza. Può anche esternare il suo pensiero in altri modi,  comunicati, lettere, interviste; ma il modo solenne è quando rivolge il  suo messaggio al Parlamento, cioè ai delegati del popolo sovrano.</p>
<p>Noi  pensiamo che quel momento sia arrivato. Pensiamo che spetti al  Presidente investire il Parlamento del problema della credibilità del  governo. Nel Parlamento ci sono le opposizioni ma c&#8217;è soprattutto la  maggioranza ed è alla maggioranza parlamentare che un messaggio  presidenziale sulla credibilità del governo dovrebbe essere indirizzato.<br />
So  bene che il Presidente detesta essere &#8220;tirato per la giacca&#8221;. Noi non  vogliamo affatto commettere quella scorrettezza. Ci limitiamo a  segnalare che un passo del genere rientra perfettamente nelle sue  prerogative. Ovviamente spetta a lui soltanto di decidere se utilizzare  il suo diritto di messaggio su un tema così delicato, ma così capitale  per le sorti stesse della democrazia.</p>
<p>Nella sua dichiarazione di  voto sulla manovra, in nome del gruppo parlamentare del Pd, Walter  Veltroni ha denunciato il pericolo dei giovani che nella piazza di  Montecitorio gridavano &#8220;chiudete il Parlamento&#8221;. Tra i tanti rischi che  corre la democrazia c&#8217;è anche questo: la spinta crescente contro le  istituzioni democratiche.</p>
<p>Non saranno i mercati a farlo ma la  persistenza dell&#8217;attuale governo a potenziare l&#8217;attacco ai titoli e alle  Borse. Non sarà la magistratura a stabilire le sorti del premier, ma la  sua connivenza e ricattabilità con chi soddisfa i piaceri che placano  la sua malattia psichica. Perciò occorre che il Parlamento esca  dall&#8217;apatia e dall&#8217;afasia. Il Capo dello Stato può stimolarlo a compiere  i suoi doveri.</p>
<p>(18 settembre 2011)</p>
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		<title>Il piano casa bis della Regione Lazio: oltre le grida qualche riflessione per una discussione di merito. Anche a sinistra.</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Sep 2011 10:51:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giovanni Carapella
mercoledì 10 agosto 2011 
(C)2010, Giovanni Carapella, tutti i diritti sono riservati
Roma e il Lazio rappresentano per il settore delle costruzioni un vero e proprio distretto industriale.
Non c&#8217;e&#8217; ripresa e rilancio economico della Capitale e della sua area  metropolitana che possa prescindere da una ripresa del settore delle  costruzioni. Una ripresa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di<a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1508043024"> Giovanni Carapella</a></em></strong></p>
<div><em>mercoledì 10 agosto 2011 </em></div>
<p><img src="http://photos-b.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash4/267284_2238391688460_1508043024_2392878_6591608_a.jpg" alt="" width="328" height="246" />(C)2010, Giovanni Carapella, tutti i diritti sono riservati</p>
<p><strong>Roma e il Lazio rappresentano per il settore delle costruzioni un vero e proprio distretto industriale.</strong></p>
<p>Non c&#8217;e&#8217; ripresa e rilancio economico della Capitale e della sua area  metropolitana che possa prescindere da una ripresa del settore delle  costruzioni. Una ripresa che sarà inevitabilmente ridotta sul piano  della quantità di suolo consumato e cubature realizzate e  necessariamente orientata sul terreno della sostenibilità ambientale,  dell&#8217;energy technology, della modernizzazione diffusa di infrastrutture e  servizi, della tutela e salvaguardia ambientale.</p>
<p><strong>La crisi è dura: </strong>secondo  i dati Cresme pubblicati  ad agosto da Ance Lazio  il mercato privato  delle abitazioni scende dalle 28.560 abitazioni del 2008 alle poco piu&#8217;  di 17 mila previste per il 2011; le imprese edili scendono del 4,7 per  cento in numero e gli operai edili attivi passano dai 70 mila del 2009  ai 64.423 di marzo 2011. <strong> </strong></p>
<p><strong>La crisi, dunque,  c&#8217;e&#8217; e serve una strategia di rilancio.</strong></p>
<p><strong>E&#8217; il piano casa Ciocchetti/Di Stefano la soluzione vera del problema?</strong></p>
<p>E&#8217;  evidente che tutto può sembrare un utile rimedio in una situazione in  cui le sofferenze bancarie delle imprese sono raddoppiate in poco piu&#8217;  di un anno, il lavoro manca, gli studi professioanli sono fermi: e  quindi anche le misure della Regione Lazio vanno lette con attenzione ed  equilibrio.</p>
<p>A ben vedere, il vero buco nero della Regione Lazio e  del Comune di Roma è quello dei lavori pubblici, tema  su cui il piano  casa non interviene.</p>
<p>Nel 2009 il numero di bandi di gara  aggiudicati nel Lazio (Roma compresa) furono 1.126 pari a 5.327 milioni  di euro per passare nel 2010  a 952 per un importo 1.527 milioni di euro  (meno 70 %) e continuare a scender,e anche se di poco, nel primo  semestre 2011.</p>
<p><em>In realtà il piano casa nel Lazio lo ha  approvato il centrosinistra, quello di Marrazzo,  nel 2009 con Legge  regionale 21 e con molte ambizioni e qualche velleità riformista: la  legge approvata ai primi di agosto dalla giunta Ciocchetti Polverini  rappresenta solo una parziale modifica che tende a correggere cose che a  detta di molti operatori avevano limitato il campo di azione e la  potenzialità del piano 2009.</em></p>
<p><strong>Da una prima  sommaria lettura dei testi approvati risulta evidente che il lepre, che  il centrodestra ha inseguito fin dal primo articolo della nuova legge, è  lo sforamento delle norme di tutela delle zone agricole del Lazio.</strong></p>
<p>L&#8217;articolo 1 della nuova legge recita.</p>
<p><img src="http://a1.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc6/281616_2238330886940_1508043024_2392840_5271411_n.jpg" alt="" /></p>
<p>E&#8217; chiarissimo il senso:  si elimina un inciso nell&#8217;articolo 1 della  legge 21 del 2009 e le zone agricole diventano di fatto la terra di  conquista di ogni piccola e grande operazione immobiliare legittima o  speculativa che sia.</p>
<p><strong>A buon vedere al centro sinistra sarebbe bastato questo articoletto per capire che non vi era terreno di convergenza possibile.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Gli  articoli 2 e 3 rivedono in senso più magnanimo per i proprietari  l&#8217;ambito di applicazione e la possibilità di interventi di ampliamento</strong> affrontando questioni, peraltro ampiamente discusse nelle commissioni  consiliari urbanistica e lavori pubblici nel 2009, e su cui alcune delle  soluzioni ( anche quelle ragionevoli) oggi approvate furono rigettate  con forza dagli allora assessori Montino, Nieri, Zaratti.</p>
<p>In  particolare si estende in modo farraginoso l&#8217;ambito di applicazione  della possibilità di ampliamento agli edifici situati nelle zone B dei  parchi regionali, anche in assenza di approvazione del piano di assetto.</p>
<p>In  proposito il vero scandalo è che, per fare solo l&#8217; esempio del parco di  Vejo sono quasi dieci anni che si aspetta l&#8217;adozione del piano di  assetto, che lo stesso è pronto e immediatamente adottabile grazie al  gran lavoro fatto dall&#8217;ex direttore arch. Salvatore Codispoti,  direttore  prontamente assoggettato allo spoil sistem della giunta  Polverini con buona pace del piano di assetto: dunque non si approvano i  piani di assetto e si convive con l&#8217;istituto delle deroghe. <strong>E&#8217;  un vecchio adagio della deregulation all&#8217;italiana: il vero potere di una  classe tecnica e politica non è normare e definire le certezze  legislative ma autorizzare le deroghe!</strong></p>
<p><strong>Ovviamente siccome Ciocchetti è generoso con la famiglia i 62 e rotti metri quadri </strong><strong>di massimo ampliamento </strong><strong> calcolati su 1000 mc diventano colla Polverini 70!!!</strong></p>
<p>Ovviamente  di affrontare le cose serie tipo:  gran parte degli interventi sono  bloccati dal fatto che il cittadino per fare una stanza in più in  borgata o in un paese deve mettere in sicurezza antisismica ( normativa  divenuta molto più rigorosa dopo il terremoto di L&#8217;Aquila che ha  coinvolto tra l&#8217;altro ampie parti del territorio nord est del Lazio)   l&#8217;intero stabile e non solo la parte ampliata: questa è la vera clausola  dissolvente del piano casa! Questione complessa e seria da affrontare  se si vuole far funzionare il piano casa,  altro che portare i 62 mq a  70!</p>
<p><strong>Ma la attenzione non può non cadere  su un piccolo &#8220;capolavoro di ingenuità politica del gruppo PD&#8221;.</strong></p>
<p>Il  testo Ciocchetti al comma 8 ritornava, a mio avviso correttamente, su  un tema che esiste a Roma, nelle periferie, e nei comuni del Lazio  quello relativo alla possibilità di applicazione dell&#8217;ampliamento nel  caso di case a schiera, edificate legalmente e secondo specifici piani  urbanistici generalmente in zona 167. Questo tema fu affrontato nel 2009  da un ragionevole emendamento di commissione, contrastato fortemente  dalla Giunta  e quindi non portato neanche  al voto.</p>
<p>Ciocchetti riprende quel testo di commissione e lo inserisce nella norma come si evince dalla foto allegata:</p>
<p><img src="http://a3.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc6/205924_2238355967567_1508043024_2392848_4282866_n.jpg" alt="" /></p>
<p>L&#8217;ampliamento  è reso possibile a condizione che il progetto sia definito in moto  unitario sull&#8217;insieme della schiera per evitare scempi architettonici e  abusi dei più furbi.</p>
<p>I nostri validissimi consiglieri del  PD (ben 8 ex assessori della giunta Marrazzo), forse mal consigliati,  si affrettano a sottoporre al voto un emendamento che sopprime il  riferimento al solo progetto unitario in questione lasciando intatta la  possibilita&#8217; di ampliare le singole casette a schiera: dalla serie fate  come vi pare, chi primo arriva si frega i mc altrui. Difficile da  credere ma leggere per credere!</p>
<p><img src="http://a2.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc6/283854_2238358767637_1508043024_2392850_3543052_n.jpg" alt="" /></p>
<p>Il  subemendamento viene ovviamente votato e approvato anche se  alcuni  consiglieri (Foschi e altri) ritirano la firma sul testo peggiorativo  approvato.  <strong>Ma tant&#8217;e&#8217; il gruppo PD è riuscito nell&#8217;impresa titanica di peggiorare il testo proposto da Ciocchetti.</strong></p>
<p><strong>E&#8217; evidente che dall&#8217;articolo 3 in poi il piano casa non è piu&#8217; il piano casa.</strong></p>
<p>Il  centrodestra approva un emendamentone tombale che rappresenta una  miniriforma urbanistica dove l&#8217;obiettivo è il solito: incapaci di  rilanciare i lavori pubblici, incapaci di cantierare anche una sola casa  popolare o housing sociale come si dice adesso, si preparano alle  elezioni forando il quadro normativo al fine di consentire  l&#8217;approvazione di piccoli e medi incrementi di rendita speculativa, a  prescindere dai regimi di tutela e dalle prevsioni dei piani regolatori.  <strong>E&#8217; la destra al potere bellezza!</strong></p>
<p><strong>Il tema è per noi un altro: </strong><em>da  dove riparte il centrosinistra per una linea seria, rsponsabile, non  ideologicamente autolesionista ma nemmeno scioccamente subalterna alla  destra sul tema del governo del territorio, della riqualificazione e  rigenerazione ambientale delle periferie, della modernizzazione  sostenibile dell&#8217;area metropolitana romana e del Lazio?</em></p>
<p><strong>Caro Chiti: anche a questa domanda di merito dovrà rispondere il congresso regionale del PD Lazio!</strong></p>
<p><em>Giovanni Carapella &#8211; www.carapella.it</em></p>
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		<title>«GIUSTIZIA DI ARCORE»</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 13:17:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pier Luigi Bersani, segretario nazionale del Pd
«Manovra, governo rompe il patto con onesti ma non con gli evasori»
«La giustizia di Arcore e di Bellerio è dunque la seguente: non si  può rompere il patto con gli evasori fiscali e gli esportatori illeciti  di capitali, ma lo si può rompere con chi è stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Pier Luigi Bersani, segretario nazionale del Pd</strong></em></p>
<h1><em><a href="http://www.carapella.it/wp-content/uploads/2011/08/bersani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1990" title="bersani" src="http://www.carapella.it/wp-content/uploads/2011/08/bersani-300x263.jpg" alt="" width="300" height="263" /></a>«Manovra, governo rompe il patto con onesti ma non con gli evasori»</em></h1>
<p>«La giustizia di Arcore e di Bellerio è dunque la seguente: non si  può rompere il patto con gli evasori fiscali e gli esportatori illeciti  di capitali, ma lo si può rompere con chi è stato tanto fesso da servire  il paese facendo il militare o da studiare e poi riscattare di tasca  propria la laurea. Dopo il patto di Arcore, i conti della manovra del  governo tornano ancora di meno e le ingiustizie pesano ancora di più».</p>
]]></content:encoded>
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		<title>PIANO CASA LAZIO &#8211; CARAPELLA :&#8221;GIUNTA POLVERINI GETTA MASCHERA VOLENDO LEGGE INCOSTITUZIONALE&#8221;.</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 18:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://photos-b.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash4/259894_2051459255266_1508043024_2215338_3904536_a.jpg" alt="" />(DIRE)   Roma, 3 ago. &#8211; &#8220;Con la presentazione del maxiemendamento al piano casa   la giunta Polverini ha gettato la maschera dimostrando di voler   incassare a tutti i costi una legge che lo stesso ministro dei Beni   culturali ha tacciato di incostituzionalita&#8217;. Si tratta di una   prevaricazione istituzionale che non puo&#8217; trovare altra risposta da   parte del Pd se non quella di una mobilitazione dal basso che coinvolga   tutte le forze sociali e di opposizione&#8221;. Lo afferma il dirigente del  Pd  di Roma e Lazio Giovanni Carapella, coordinatore regionale di Cambia   l&#8217;Italia.</p>
<p>&#8220;E&#8217; quindi apprezzabile che il segretario romano del  Pd e  il capogruppo in Campidoglio abbiano deciso di sostenere- precisa   Carapella- la proposta avanzata ieri dai deputati democratici Meta e   Morassut di promuovere un referendum abrogativo della Legge Ciocchetti   che non da alcuna risposta alla crisi del settore delle costruzioni nel   Lazio e all&#8217;emergenza abitativa&#8221;.</p>
<p>Sui temi del governo del  territorio  e delle aziende capitoline &#8220;il Pd deve trovare il modo di  consultare  gli iscritti ricorrendo ai referendum previsti dallo Statuto  visto che-  conclude Carapella- in piu&#8217; occasioni all&#8217;interno del  gruppo dirigente  si sono verificate posizioni divergenti&#8221;.</p>
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