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Louise Bourgeois, la Signora dei ragni di filigrana

Sabato 5 giugno 2010, con l’apertura della mostra “The fabric works” alla Fondazione Vedova a Venezia, si consumerà il primo omaggio a Louise Bourgeois. La grande artista franco americana è infatti deceduta il 31 maggio, all’età di 99 anni, presso il Beth Israel Center di Manhattan. Nata il 25 dicembre del 1911 a Parigi da una famiglia di restauratori d’arazzi (particolare che la accomuna a Morton Feldman, altro grande protagonista dell’arte del Novecento), si è formata come scultrice nella prestigiosa Ecole des Beaux-Arts di Parigi. Nel 1938 approda negli Stati Uniti per seguire il suo sposo, lo storico dell’arte Robert Goldwater, e nel 1951 ottiene la cittadinanza americana. L’esposizione veneziana, curata da Germano Celant, a cui la Bourgeois ha collaborato con passione fino a pochi giorni dalla sua scomparsa, prende vita a distanza di 64 anni dalla prima mostra a cui partecipò con dodici tele incentrate sulla figura della donna, tema che non avrebbe mai più abbandonato nell’arco della sua produzione (New York, 1945).

La maggior parte dei lavori della celebre scultirce trovano ispirazione nella sua infanzia parigina, in quei primi anni dell’esistenza segnati da sofferenza e dolore: il padre, uomo burbero e libertino, impone l’amante Sadie all’intera famiglia, offuscando la figura della madre, donna silenziosa e dal carattere fragile. Da allora Louise inizia a odiare il padre, questo sentimento la porta a tentare il suicidio dopo la morte della madre; non a caso dunque una delle sue opere più intense porta il titolo “The Distruction of The Father” (1974). La ricerca artistica della Bourgeois la spinge a sfidare il proprio inconscio sul piano dell’immaginazione creativa, mantenendosi a debita distanza da Freud, da Lacan e da Bousset e persino dal surrealismo, corrente a lei affine ma verso cui non prova mai un vero e proprio innamoramento. “Faccio arte per esprimere l’indicibile. L’indicibile non è un problema per me. Anzi, è l’inizio del lavoro. E’ la ragione del lavoro, la motivazione del lavoro è distruggere l’indicibile”, queste parole, monumentali come la sua scultura, sintetizzano con straordinaria concretezza la finalità artistica del suo operato: è l’universo interiore che raggiunge la consapevolezza di sé attraverso la forma e la materia, una partita a scacchi giocata ad armi pari con la morte. La Bourgeois attribuisce infatti all’arte un forte valore taumaturgico, un potere lenitivo in grado di sedare e di guarire le ferite più recondite della psiche: “Ogni giorno devi disfarti del tuo passato oppure accettarlo e, se non riesci, diventi scultore”, una delle sue frasi più celebri.

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Louise Bourgeois nella sua casa di New York, 2009
Photo: Alex Van Gelder

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Louise Bourgeois, ”Crouching Spider”, 2003
Courtesy Cheim & Read, Hauser & Wirth, and Galerie Karsten Greve
Photo: Christopher Burke


La Bourgeois parte dalla lezione di Duchamp per poi muoversi verso l’Espressionismo astratto e il Minimalismo, sfuggendo tuttavia a qualsiasi tipo di camicia di forza semantica. Diviene famosa per le enormi sculture a forma di ragno oggi esposte nelle metropoli di tutto il mondo; l’aracnide è da lei interpretato come un simbolo di maternità e di morte, di sessualità e di solitudine, un mezzo per condividere anche con lo spettatore le inquietudini che aleggiavano nella sua casa d’infanzia (la sua “inquietudine” più grande, la “Maman”, è ospitata davanti alla sede della National Gallery del Canada, a Ottawa). I giganteschi ragni-madre sono protettivi e allo stesso tempo spaventosi, invasivi, repellenti, dotati di una sconcertante modernità: occhi, zampe, appendici di filigrana; la lezione brancusiana è riletta in chiave paradossale, totemica e mai conciliante, pungente e fastidiosa. Le opere più note delle Bourgeois (la serie “Cells”, “Arch of Histerya”, “Crouching Spider”) evidenziano un aspetto importante: l’artista non fu mai interessata né alla perfezione formale né alla canonizzazione di uno stile ben definito. La forma è stata quindi il pretesto della sua esistenza, sicuramente il più alto, l’unico in grado di salvarla, per sua stessa ammissione, dalla depressione e dalla dipendenza emotiva. In occasione del suo 95esimo compleanno la Tate Modern di Londra le ha dedicato un’ampia retrospettiva, poi trasferita al Centre Pompidou di Parigi. I due musei d’arte contemporanea più importanti d’Europa e la Biennale di Venezia, a cui fu invitata nel 1993, le hanno riconosciuto un ruolo cardine nell’arte del Novecento. Qualche giovane artista o studente potrebbe forse stupirsi nel venire a sapere che alcune delle sculture più moderne esistenti sul nostro pianeta siano state realizzate da una signora ultra novantenne! La capacità di precorrere i tempi, caratteristica delle Bourgeois, è evidente anche nella sua produzione di “totem” in legno della metà del secolo scorso in cui già emergevano forme di oggetti quotidiani che sarebbero stati ampliamente sfruttati dal design negli anni a venire.
Occuparsi di Louise Bourgeois significa anche prendere in considerazione parte della storia dell’arte del Novecento. Nella sua vita infatti la scultrice ha incontrato e frequentato molti dei protagonisti della scena letteraria e artistica contemporanea; tra questi spiccano Andrè Breton e Marcel Duchamp, i quali – sostiene Louise – “mi rendevano violenta, essendo io un’esule, le figure paterne mi davano ai nervi”. Tuttavia è nota la stima profonda che Louise provava soprattutto nei confronti del padre del Ready Made, a suo dire “grandissimo intellettuale che soffriva moltissimo”. Fernand Léger fu suo professore in Accademia a Parigi, ma sembra che tra i due non scorresse buon sangue: “dovevo inseguirlo da uno studio all’altro, perché non pagava mai l’affitto”. Conobbe inoltre Rothko e Giacometti, del quale delinea il ritratto in una figura votata all’autarchia: “Era un uomo difficile. Aveva una grande paura di uscire. Era paralizzato dalla paura. Tutti erano gentili con lui, ma era come un bimbo perduto”; si dimostrò molto aperta nei confronti dei giovani fondatori del movimento beat e di quello pop negli Stati Uniti, ma diffidava delle loro “parole che possono ingannare”. Fu una grandissima ammiratrice di Francis Bacon, tanto da apostrofare: “Guardare i suoi quadri mi rende viva. E’ quasi come essere innamorati. La sua opera è uno dei più grandi omaggi alla donna”. Queste citazioni sono contenute nel libro di memorie da lei realizzato e intitolato Distruzione del padre. Ricostruzione del padre 1923-2000, panorama del suo itinerario artistico pubblicato nel 2009 presso i tipi Quodlibet.

La Bourgeois ha inoltre avuto un ruolo importante per la liberazione dell’immaginario femminile: può essere oggi ricordata come l’Artemisia Gentileschi del XXI secolo, spiritosa e intuitiva, capricciosa e caparbia, graffiante e mai eccentrica.

Data: 03.06.2010

In copertina: Louise Bourgeois mentre lavora all’opera “The Destruction of the Father”, 1974
Photo: Louise Bourgeois Archivi

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Pubblicato il 05 giugno - ore 08,13 Commenti (0)
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